DEATH BEFORE DISHONOR - Better ways to die
"The new definition of Boston Hardcore". E' quanto riporta la press sheet del comeback dei Death Before Dishonor, reduci dal successo planetario del precedente "Count me in" ed evidentemente per nulla paghi di quanto stanno raggiungendo, almeno a giudicare dall'attività costante dei cinque. Chi, compreso il sottoscritto, non si aspetta niente di più da questi brutti ceffi del solito album a base di classiche sfuriate, cori, beatdown e quant'altro e non è molto sensibile a certe iperboli tipiche dei responsabili delle case discografiche si prepari a rimanere almeno un po' sorpreso.
I cinque di Boston cambiano le carte in tavola, senza rinnegare il loro trademark di hardcore tamarro, ma incorporando qualche elemento quasi di metal classico che ad alcuni potrebbe anche far storcere il naso, ma soprattutto guardandosi indietro e recuperando parte di una tradizione punk che tutto sommato non può mai fare male. Non nascondo di essere rimasto interdetto di fronte all'ottima rapidissima apertura di "Peace and quiet" e dalle melodie venate di tristezza della successiva "Remember", ma a quel punto il dubbio di trovarsi di fronte ad un gruppo totalmente rinnovato s'è infranto di fronte alle più canoniche "Coffin nail" e "Boys in blue". Stesso discorso per "Fuck this year", in forte odore di Madball però per gran parte della sua durata più veloce, e di sicuro uno dei pezzi migliori dell'album. Alzi poi la mano chi ascoltando la title tracks non penserà ad "Ace of spades" di Lemmy & co., e devo dire che nonostante l'effetto copia - non tutto il pezzo ad essere onesti - il risultato sia ancora una volta interessante. "So far from home" prosegue su registri canonici, mentre su "Black clouds" rifà capolino una chitarra solista che rende i rallentamenti ancora una volta più vicini a certi territori classicamente metal. Ultime sorprese, dopo l'ancora canonica ma incisiva "No more lies" sono la thrasheggiante "Bloodlust" con tanto di doppia cassa ad elicottero che fa tanto anni '80 e la buona chiusura di "Our glory days" con Mark Unseen come guest voice.
A questo punto mi rendo conto di aver citato ogni singolo pezzo, non so se sia un bene, probabilmente i dischi non andrebbero spulciati in questa maniera, ma posso dire in sincerità che il tanto temuto effetto palle gonfie dopo due tracce che ultimamente sopraggiunge di fronte ai dischi Hatebreed-meet-Terror-meet-NYHC in questo caso non è arrivato, anzi; anche se l'effetto carro armato di questo disco non è lo stesso di "Count me in" ci troviamo di fronte a un buon album che prova ad apportare qualcosa all'edificio dell'hardcore senza buttare in mezzo cazzate tipiche di chi dietro la parola evoluzione pensa solo a battere cassa. Prendere o lasciare, l'hardcore è anche questo e che lo si voglia o no i Death Before Dishonour sono da qualche anno a questa parte una delle sue voci più credibili. Diffidate dei paragoni a Slayer o Dropkick Murphys che leggerete in giro - personalmente non ho trovato mezza nota in comune - ma avvicinatevi a questo disco senza timori, chi ha amato i cinque di Boston fino a questo momento avrà altre canzoni a cui affezionarsi.
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