REDBLOODHANDS - Per sempre…e poi ancora
Chi scrive come me per una zine avrà ben presente la sensazione che si ha quando si riceve una mail da un gruppo che non si conosce e si inizia ad immaginare come suoni prima ancora di ricevere il disco. Quando mi succede questo - come nel caso dei valtellinesi RedBloodHands - in genere resisto alla tentazione di sbirciare sito o myspace, per gustarmi in toto la sorpresa. E devo dire che di sorpresa si tratta, in positivo, anche se recito un mea culpa per la mancata conoscenza di un gruppo che tra alti e bassi è attivo dal 2000. Terzo lavoro per questi quattro ragazzi, e devo dire che senza ascoltare niente di quanto prodotto prima posso essere contento di conoscere il gruppo in questa veste: da quello che leggo la proposta precedente era più legata a canoni metalcore che mi avrebbero fatto parecchio storcere il naso. Invece, fortunatamente, nel disco in questione di metal ne gira ben poco; di certo i suoni delle chitarre sono metallizzati, la cura negli arrangiamenti e nella veste stessa dei riff fa pensare a un passato da headbangers, tuttavia la struttura dei pezzi - mai macchinosa - ed il cantato urlato ma senza l'enfasi di troppa paccottiglia accordata in do fanno pensare ad un gruppo hardcore. Per quanto mi riguarda, queste otto tracce mi hanno fatto pensare ai PHP e alla scuola milanese di qualche anno fa, ma anche per atmosfere e cantato ad un gruppo come i Lucida Follia; di certo l'uso dell'italiano nei testi mi porta in questa direzione, ma se vogliamo azzardare un paragone estero, questo album mi ha fatto pensare agli Endstand un po' metallizzati del periodo di "The time is now".
Nello specifico l'impressione è quella di un album che ad un primo ascolto potrebbe rimanere nel limbo del "carino ma niente di che", forse a causa di un'evidente monoliticità dei pezzi, ma in realtà sono bastati pochi ascolti a farmi cambiare rapidamente idea. Il filo conduttore delle composizione rimane un cantato forse monocorde, ma è evidente la presenza di un gruppo affiatato che lo sorregge. I pezzi presi singolarmente non vanno mai troppo veloci, difficilmente si scende sotto i tre minuti di durata, e una volta tanto trovo che questa durata permetta alle composizioni di crescere e non bruciarsi troppo in fretta. In particolare mi hanno colpito i rallentamenti di "Trasformarsi", la varietà di tempi e di aperture di "Tu cosa hai fatto?", la sofferta "Tabula rasa", ma il resto dei pezzi non è da meno. Non male anche il conclusivo stravolgimento dei NOFX, impossibile non pensare ad un simile tentativo degli Shai Hulud, ma in questo caso l'effetto è decisamente migliore.
Un'ultima menzione per l'artwork: vero che di cd se ne comprano sempre di meno, ma quando il prodotto è di qualità così alta - un digipack curatissimo dalla grafica molto sovietizzante - l'acquisto dovrebbe partire da solo, anche solo per semplice curiosità.
Nient'altro da aggiungere, disco da consigliare senza remore.
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